mercoledì, 12 settembre 2007

Il viaggio è abbastanza turbolento, ma riesco a sopportare abbastanza bene gli scossoni. Divento un po’ il divertimento di quelli che ci stanno intorno che ad ogni sbalzo si girano per ammirare le mie espressioni. Però alla fine riesco anche a fare delle foto, e a guardare le Alpi (e diciamocelo, la paura del volo val bene quello spettacolo fantastico). Ammiro i ruscelli (o le strade?) che si snodano tra le valli e zone di bianco dove nemmeno le temperature torride di quest’estate sono riuscite a sciogliere la neve . Il Bimbo in tutto questo continua a tenermi la mano, spiegandomi le reazioni dell’aereo, il motivo per cui stiamo volando col culo un po’ basso.

Riesce anche a non ridere del mio sguardo perso quando troviamo un vuoto d’aria ed ogni secondo controlla che sia tutto a posto.


Quando siamo ormai vicini all’atterraggio mi guardo intorno per vedere barlumi di Francia ma è tutto coperto da una coltre di nubi, un unico immenso tappeto grigio che ad un certo punto ci circonda completamente. Stiamo scendendo.

L’atterraggio è dolce, nemmeno sentiamo le ruote che toccano l’asfalto, in una pista lunghissima che non finisce più. Camminiamo almeno 5 minuti, passando tra aerei in attesa di nuovi passeggeri fino a che finalmente ci fermiamo e si spengono i motori.

L’aria è fredda ma non ho tempo di fermarmi a prendere la felpa dobbiamo salire sulla navetta che, dopo altri 5 minuti di cammino, ci porta al nostro terminal. Qui finalmente posso scaldarmi e cominciare a sentir parlare francese.

Trovare il treno che ci porterà a Parigi sembra inizialmente un’impresa difficile. In realtà in pochi minuti ci ambientiamo e siamo sulla pensilina in un attimo.

Attraversiamo la campagna e alla periferia della città ci immergiamo sotto terra attraversando una Parigi che, sopra di noi, è ignara della nostra presenza e continua la sua vita centenaria in un turbine di rumori e odori caratteristici.

Prendiamo possesso della stanza d’albergo (piccola, stretta, vecchia ma che a noi pare una reggia) e ci incamminiamo subito verso quella meta di cui parlo ormai da giorni: la Torre Eiffel.

Il Bimbo appena la vede sa solo commentare “Tutto qui? È un ammasso di ferro disordinato” uccidendomi all’istante. Ma mentre saliamo le scale, tra un critica alle macchie di ruggine e un ansimare mio, si rende conto della maestosità di un’opera nata per vivere poco tempo e che invece si trova ormai lì da più di 100 anni diventando un simbolo a livello mondiale. Forse una delle ultime opere nata per il gusto stesso dell’opera e non per servire all’uomo.

E dall’alto dell’ultimo piano, dove ad ogni lato sono segnate le distanze chilometriche con le più grandi città del mondo, è Parigi che la fa da padrone, con le sue luci, il suo scintillio, i suoi palazzi, chiarendo in maniera netta è decisa che sempre è e sarà la Ville Lumière.


IMGP1174

Threadgoode ha svarionato alle 22:29 | link | commenti
categorie: parigi